Venezia

Venezia… mi ci sono fermata solo quattro giorni, ma sono bastati per stregarmi. Pensavo di scrivere qualcosa su questa città incredibile, ma quali parole usare? Allora le ho prese in prestito dal meraviglioso Palazzeschi, che ha racchiuso in queste righe la più bella sinfonia per Venezia, con le sue note sontuose, bizzarre, tortuose, simili al labirinto dei rii veneziani…
 "Lasciandoti cullare dall’uno all’altro lungo i rii di Venezia per quell’inverosimile quanto reale rabesco d’acque e sotto centinaia di ponticelli, rasentando palazzi che si susseguono imponendoti la loro austerità che conservano imperterriti difronte agli assalti mancini del tempo e alle insidie più crudeli della loro materiale decadenza che invece di avvilirli li rende più orgogliosi ancora, circonfusi di mistero oltre che di grandezza, la sensazione è solamente metafisica per la quale senti di non essere più in una città né in altro luogo della superficie terrena, né un numero fra la troppo numerosa società che la popola, rendendoti sicuro di avere superato il limite concesso alla vita umana.
Difficilmente riuscirai a stabilire il luogo dove ti trovi a vivere né più te ne importa, anzi, è meglio che tu non lo sappia; non ricordando la via percorsa ti sembrerà d’essere un’altra persona, di aver cambiato la natura e il ritmo della comune esistenza, quasi dimentico di te prima di allora; cosa che avviene con una stupefacente semplicità e naturalezza. Sentirai di vivere in maniera tanto diversa da farti perdere il contatto con la vita e la sua logica ristretta, né questo ti addolora.
 Ma per godere nella sua capacità una realtà irreale come questa devi trovarti solo e lungo disteso, supino nella gondola, come succede a letto quando si sogna; sognare ad occhi aperti in questo luogo ti parrà una cosa nuova, senza mai nulla chiedere al gondoliere che ti porta, cercando di non farlo parlare per nessuna ragione e in nessuna maniera: la sua voce virile e cadenzata agli incroci e alle voltate, dando gl’indispensabili, sobrii segnali per la navigazione cittadina, poco più di una sillaba e non facile ad essere interpretata, sarà l’eco che ti richiama all’umanità da una indefinita e indefinibile lontananza ma che invece di riavvicinarti ad essa ancora di più te ne allontana.
 Quelli che lungo i rii di Venezia s’inoltrano con un carico di persone nella gondola, o addirittura con la benemerita famiglia, sono i soliti guastatori di ogni festa e vivono nel mondo in incalcolabile quantità anche se scientificamente calcolabile e calcolata, rumorosamente e a tutta valvola perché della solitudine e del silenzio hanno una sacrosanta paura; e allora ti domandi quanto possa donare all’uomo il vuoto interiore e la naturale insensibilità che in questo momento ti appaiono anch’essi un dono, non indifferente, della Provvidenza, avendo il potere di trasformare davanti agli occhi e sull’istante una cosa bella al punto da farti domandare se veramente lo sia. Ma tu aspetterai che passino, tale una inevitabile molestia nell’impossibilità di eliminarla, come allorquando per disavventura cade lo sguardo sopra una sporcizia, facendoti voltare dalla parte opposta e mostrando di non vederla dopo averla vista.
 Il tempo più favorevole a tale mira è l’ultimo mese dell’estate e il primo dell’autunno non appena una nebbiolina pressocché invisibile, leggerissima, copre tutto di un velo senza nulla nascondere alla tua curiosità ma rendendola più acuta.
E se lungo una tale passeggiata ti venga fatto di pensare agli abitanti di quei palazzi che toccando il cielo ti vedi sfilare uno dopo l’altro sopra la testa, e che puoi benissimo pensare vuoti, abbandonati, e perché abbandonati di una maggiore, più affascinante attrattiva e bellezza, giacché nulla riuscirà a giustificare ai tuoi occhi un abbandono di questa sorta; o senza il bisogno di socchiuderli li vedrai popolati da personaggi che nulla hanno a che fare con la vita d’ogni altro sulla terra né con alcuno di tua conoscenza, ma in fogge e con vestiti di sorprendente fastosità, illuminati da luci d’oro e con bagliori di gemme quasi che in ognuno vivesse un Re ed il palazzo fosse abitato dalla sua corte favolosa.
 Ora metafisica che rappresenta una totale evasione dalla realtà nella quale ti trovi immerso e nella quale dovrai tornare, ma che per un momento almeno hai potuto dimenticare nella sua compiutezza, che nessun altro luogo creato dall’uomo a questo fine ti avrebbe saputo offrire, che nessun altro luogo creato dall’uomo una volta visto sarà capace di farti dimenticare.
Di notte invece la posizione, cambiando di carattere, ti si presenta rovesciata: da metafisica si fa sentimentale, patetica. Si sveglia in te un senso di dolcezza, di tenerezza irresistibile, infinita, ogni sensazione e ed impressione senti il bisogno di comunicarla, viverla in due, dividerla, e percorrendo lentamente durante la notte i rii di Venezia in un sopore e beatitudine di culla, illuminati appena, quel poco che si rende indispensabile per potervi navigare con sicurezza; o alle luci dorate che emanano dalle finestre sul Canal Grande le lumiere di Murano pendenti dai soffitti, grappoli giganteschi di orchidee come dagli alberi nei paesi oceanici dell’estremo Oriente e divenute incandescenti, pensi che in ognuna di quelle sale che tali luci lasciano trasparire dai loro balconi, dalle loro finestre, vi sia un ballo, una festa, una competizione d’amore e di bellezza, il culmine toccato dall’uomo nella gioia dell’esistenza. Mentre per quelli oscuri non riesci a trovare la parola che giustifichi tale dimenticanza, e ad avanzarci il piede non troveresti tanta forza.
 Un impeto ti assale e ti spinge a cercare una mano per stringerla, di premere il braccio al braccio della persona che t’è vicina. Le luci che traspaiono da quelle sale nella penombra del Canal Grande osservandole da solo ti farebbero sentire tutta la tristezza che può dare la solitudine a chi è avido di amare e di vita, giacché i rii di Venezia durante la notte ti imbarcano verso l’amore come le vie di Citèra.
 Ma sfociando nel Bacino di San Marco dal regno del silenzio e dell’ombra, il petto deve frenare un grido di esultanza: miriadi di luci popolano la Riva e te la fanno apparire lambita da una leggera fiamma di cui si mostra nel suo mistero impenetrabile il Palazzo Ducale arrossato appena, mentre il grande Bacino eè seminato di fanaletti  e palloncini vaganti, brulicanti, che vi formano una costellazione come gli astri che si rivelano nel cielo nella placida giocondità di una notte estiva: gondole, sandali, barche e barchette, gusci e grandi peate in cui si assiepano i festanti di un’omerica folla, ondeggiando laddove si eseguiscono musiche sentimentali e appassionate nell’abbandono di un’esprimibile soavità.
 E’ l’ora che intenerisce negli animi in tale ambiente ogni durezza, e la solitudine né tollerabile né tollerata, appare fra le pene la più ingiusta, né l’uomo si appaga di comunicare silenziosamente la gioia, ma attraverso il canto l’esuberanza del cuore liberamente trabocca."
 
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Informazioni su silviavalens

Mi chiamo Silvia, sono di Roma. Studio lettere classiche e storia dell'arte, e canto rinascimentale e barocco. Mi interesso del mondo antico, dell'epoca rinascimentale e barocca, di musica, arte, teatro, danza, libri, letteratura, lingue, linguistica, dialettologia, filologia, filosofia, storia, antropologia. Amo i viaggi, la natura, il mare, i gatti, la cucina, le stoffe, i gioielli, le case, il Mediterraneo, le sue storie e le sue culture. Amo la bellezza e il sapere, in ogni loro forma, amo le conoscenze antiche che si tramandano di voce in voce, di mano in mano. "Ma come sempre è l'inganno a svelare la verità che altrimenti potrebbe sfuggire." R.Calasso, Le Nozze di Cadmo e Armonia
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2 risposte a Venezia

  1. Marco ha detto:

    Sono Laureato in matematica e lavoro all’Ispettorato Agrario della Regione Liguria

  2. Marco ha detto:

    [Risposta di Bohr all’affermazione di Albert Einstein: Dio non gioca a dadi con l’universo]
    Piantala di dire a Dio che cosa fare con i suoi dadi.
    Stop telling God what to do with his dice. (Niels Bohr)

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