Cappuccio di Giunco (da una fiaba inglese)

 
C’era una volta, in un regno molto lontano, un re tanto potente e superbo che nessuno osava mai contraddirlo.
Questo Re aveva tre belle figlie, che amava sopra ogni cosa. La più piccola delle tre era però tanto bella e tanto buona che non poteva fare a meno di amarla ancor più delle altre due.
Le tre principesse erano promesse a tre giovani e ricchissimi principi, ma il re non si decideva a farle sposare, perché voleva che restassero accanto a lui.
Finché una mattina d’inverno, svegliandosi, il re si accorse che le forze gli venivano a mancare. Riunì allora tutta la corte e disse:
"Sono vecchio e stanco: desidero riposare, e che il peso di questa corona non gravi più sul mio capo. Dividerò il regno in tre parti, una per ognuna delle mie amate figlie, e vivrò presso ciascuna di loro per la terza parte dell’anno, insieme ai miei cento cavalieri. Ma la parte più grande, ricca e bella del regno voglio che spetti a colei che più mi vuole bene. Dunque, figlie mie, ditemi: quanto mi amate?"
Subito la maggiore si alzò in piedi e disse:
"Io vi amo più di me stessa, e un solo giorno senza di voi mi rende triste."
L’eco della sua voce non s’era ancora spento nella sala, che subito la seconda si alzò, e si andò a inginocchiare ai piedi del trono, dicendo:
"Io vi amo più di questo regno e di questo mondo, e solamente il pensiero di stare senza di voi un solo giorno mi rende tristissima."
Il re sorrise, contento che le figlie fossero tanto pronte a dirgli il loro amore. Si volse allora verso la figlia più giovane:
"E tu, cuore mio? So che più di ogni altro mi vuoi bene, e vorrei che le terre più belle fossero tue. Dunque parla, dimmi: quanto mi ami?"
La fanciulla si alzò, si avvicinò al padre e disse:
"Padre mio, io vi amo quanto una figlia può amare suo padre. Voi ben conoscete, come voi stesso dite, il mio amore: cos’altro dovrei dire di fronte a tanta gente?"
Il re, deluso da queste parole, la spronava a dire qualcosa di più, ma lei insisteva che era questa la verità.
"E’ tutto qui l’amore che hai per me? Per l’ultima volta, figlia mia, tu che per me sei la più cara, quanto mi ami?"
Allora la principessa abbassò gli occhi, e sussurrò:
"Padre, voi siete per me come il sale, e come i cibi del sale hanno bisogno, così io ho bisogno di voi."
Il re si alzò in piedi, furioso per essere stato paragonato a una cosa tanto umile, puntò il dito contro di lei e urlò:
"Tu non sei più mia figlia! Il regno sarà delle tue sorelle, tu sarai cacciata da queste terre, e per dote non avrai altro che un sacchetto di sale!"
La fanciulla chinò la testa, e andò via tra le lacrime, sussurrando alle sue sorelle che si prendessero cura del vecchio padre, ma quelle la derisero.
Camminò a lungo, portando con sé nient’altro che tre vestiti e il suo sacchetto di sale, che serbava come la cosa più preziosa al mondo. Giunta al confine, si fermò presso uno stagno, si chinò a raccogliere molti giunchi, e fermatasi all’ombra di un salice, li intrecciò fino a farne un’ampia veste che la coprisse.
Riprese a camminare, e cammina, cammina, stanca e affamata, giunse al magnifico castello del principe, che un tempo era il suo promesso sposo, e che ora, dopo la morte del padre, era diventato re. Qui si fermò, andò a bussare alla porta delle cucine, e chiese se avevano bisogno di una sguattera. Le cuoche, impietosite dal suo misero aspetto, la fecero entrare e le dissero di pulire i pavimenti e lavare i piatti, dandole in cambio un po’ di cibo e degli stracci per cambiarsi. Lei, grata, accettò il cibo, ma non volle togliere il suo mantello di giunchi. Così, giacché nessuno conosceva il suo nome, presero a chiamarla Cappuccio di Giunco.
Cappuccio di Giunco era buona e gentile, lavorava senza mai parlare o lamentarsi, e nelle buie cucine tutti iniziarono a voler bene a quella strana fanciulla.
Ma cosa era stato del vecchio re?
Il vecchio re era andato con il suo seguito al castello della sorella maggiore, e questa lo aveva accolto con tutti gli onori. Ma quando vide quanto le costava mantenere una corte così splendida, disse al re che cento uomini erano troppi per un vecchio, e che avrebbe fatto bene a licenziarne la metà.
Furioso per l’ingratitudine della figlia, si recò con i suoi cavalieri al castello della seconda. Ma quella, quando seppe dell’accaduto, disse che la sorella aveva ragione:
"Anzi, padre, per la verità nessuno vuole farvi del male: cosa dovete farvene di cento cavalieri? Dovreste licenziarli tutti."
Ancor più furioso, decise allora di andare di nuovo dall’altra figlia, ma quella, vedendolo tornare, fece chiudere tutte le porte, e ordinò al suo esercito di disperdere i cento cavalieri.
Allora il vecchio re fu costretto a errare solo con il suo cavallo, e quando ebbe finito il suo denaro, dovette venderlo, e si mise a vagare mendicando di paese in paese.
Un giorno, passando in un bosco, che era del giovane re a cui egli aveva un tempo promesso la figlia, trovò sulle rive di un torrente una misera capanna abbandonata, e qui si rifugiò, mangiando quel che nel bosco riusciva a raccogliere.
Ogni giorno sedeva fuori dalla capanna e piangeva, disperandosi per non aver capito che le sue figlie volevano solo le sue terre, e per quello che aveva fatto alla sua bambina più cara.
Proprio in quel bosco il giovane re faceva spesso delle battute di caccia con i suoi nobili amici, e portava con sé la servitù: allora la povera Cappuccio di Giunco poteva guardarlo, senza essere riconosciuta, e questa era per lei l’unica consolazione nella sua triste sorte.
Durante una di queste battute di caccia la fanciulla fu mandata a prendere l’acqua al torrente. Quando arrivò sulla riva, vide da lontano un vecchio che piangeva, si avvicinò per aiutarlo e subito riconobbe suo padre. Stava per gettargli le braccia al collo, felice di averlo ritrovato, nella comune sventura: ma si trattenne, e nascosta dal suo mantello, non si lasciò riconoscere. Senza dire una parola, gli diede da mangiare, pulì la povera capanna, lo lavò, ricucì i suoi vestiti stracciati e andò via, nascondendo il volto e le lacrime sotto il suo cappuccio.
Era intanto trascorso un lungo anno da quando il giovane re era salito al trono, e si decise di festeggiare con un grande banchetto, a cui furono invitate tutte le nobili e le principesse dei paesi vicini, giacché il re doveva scegliere una nuova sposa.
Il giorno della festa alla servitù fu permesso di assistere alle danze, ma Cappuccio di Giunco disse che era troppo stanca per aver tanto lavorato, e restò nelle cucine.
Appena rimasta sola, la fanciulla tolse la sua strana veste, indossò uno dei vestiti che aveva portato con sé nell’esilio, quello che un tempo portava ogni giorno, e si recò nella grande sala, confondendosi nella folla di dame.
Ma l’abito di tutti i giorni di una principessa è pur sempre bellissimo, e tutti notarono quella fanciulla: il giovane re non guardava che lei.
"Se non avesse quel viso un po’ stanco, direi che somiglia alla mia promessa di un tempo… sicuramente è bella quanto lei! Ma la poverina sarà certo morta per il gran dolore…", pensava tra sé e sé.
Infine si decise e la invitò a danzare, e ballò con lei tutta la sera. Ma non appena le chiese il suo nome, lei fuggì via.
Quando le serve tornarono nelle cucine, trovarono Cappuccio di Giunco addormentata, avvolta nel suo mantello. La svegliarono e le raccontarono della misteriosa dama: "Nessuno ha mai visto una fanciulla così bella!", le dissero. Ma lei si voltò dall’altra parte: "Lasciatemi dormire!"
Il re non riusciva a dimenticare la bella dama, e voleva scoprire chi fosse: decise così di dare una seconda festa, sperando che sarebbe tornata.
Anche stavolta alla servitù fu permesso di assistere alle danze, e anche stavolta Cappuccio di Giunco rimase nelle cucine, dicendo di essere troppo stanca e sporca per andare.
Rimasta sola, tolse il lungo mantello di giunchi, indossò il secondo abito, il suo abito delle feste, e si recò nella sala.
Tutti la aspettavano, chiedendosi se la misteriosa dama sarebbe tornata, e rimasero ancor più stupiti della prima volta, perché il vestito delle feste di una principessa è davvero splendido.
Quando il re la vide si illuminò, e subito le andò incontro chiedendole di ballare. Danzarono tutta la sera, ma anche questa volta, non appena le chiese chi fosse, la fanciulla scappò.
Le serve, rientrando, svegliarono Cappuccio di Giunco, e le raccontarono che la misteriosa dama era tornata, più bella ancora della prima volta, e di nuovo era fuggita.
"Certo il re è innamorato di lei!", le dissero. "Lasciatemi dormire!", disse la fanciulla voltandosi, ma sorrise tra sé e sé.
Le serve avevano indovinato: il giovane re si era innamorato della bella dama, e non si diede per vinto. Fu annunciato un terzo banchetto, ancor più ricco e magnifico degli altri due. Il re era risoluto a trattenere la fanciulla, e mise guardie ad ogni porta del castello.
Ancora una volta la servitù assistette alle danze, e ancora una volta Cappuccio di Giunco disse che voleva dormire perché aveva lavorato tanto.
"Ma la dama tornerà! Non vuoi vederla?", le dicevano le serve: ma lei non volle sentir ragioni.
Non appena la cucina fu deserta, si tolse quel bizzarro vestito, e mise il suo terzo abito: il vestito da sposa che il re suo padre le aveva donato quando era stata promessa al principe.
Questa volta tutti erano sicuri di vedere la dama, e quando entrò nella sala, nessuno riuscì a non guardarla, perché l’abito da sposa di una principessa è addirittura meraviglioso.
Il re le corse incontro, e ancora una volta le chiese di danzare. Per tutta la sera, mentre ballavano, il re le sussurrò che era la fanciulla più bella del mondo, più bionda del grano, più splendida del sole, e che era innamorato di lei e voleva sposarla ad ogni costo, chiunque fosse. Lei sorrideva e taceva.
Alla fine dell’ultimo ballo, ancora una volta la misteriosa dama fuggì via, e a nulla servirono le guardie: la cercarono tutta la notte, in ogni strada, sentiero e casa, ma non riuscirono a trovarla.
La bella Cappuccio di Giunco era sgusciata nelle cucine, e lì la trovarono addormentata le serve al loro ritorno. La svegliarono e le raccontarono quel che era successo alla festa: "Il re si ammalerà, tanto è disperato!", le dissero. Ma lei voltandosi disse: "Lasciatemi dormire!"
Ancora una volta le serve avevano ragione: la mattina dopo, il re non si alzava dal suo letto, e non voleva che nessuno entrasse nelle sue stanze.
"E’ inutile che prepariamo da mangiare per il re, non ne vorrà sapere: dicono che voglia lasciarsi morire!"
Ma Cappuccio di Giunco chiese se poteva provare a cucinare qualcosa per lui. Le serve si guardarono, e si dissero che tanto valeva provare. La fanciulla preparò un dolce dall’aspetto e dal profumo talmente deliziosi che nessuno avrebbe saputo resistere, e in fondo al piatto lasciò cadere l’anello che il principe le aveva donato il giorno della sua promessa, e che lei per tutto quel tempo aveva conservato.
"Non mangerò nulla!", disse il re quando una serva gli portò la colazione. Ma alla fine cedette a quel profumo, e mangiò di gusto tutto il dolce, finché non scoprì l’anello. Stupito, mandò a chiamare una cuoca:
"Chi è che ha preparato questo dolce?", chiese.
La donna, spaventata, si affrettò a dire che la sua sguattera aveva insistito perché la lasciassero cucinare, e non era certo capace, e che non sarebbe accaduto più. "Portatela qui.", disse il re.
Cappuccio di Giunco fu così portata al suo cospetto.
"Sei tu che hai preparato il dolce?", chiese il re.
"Sì, vostra maestà.", rispose la fanciulla, tenendo il capo chino sotto il cappuccio perché non la riconoscesse.
"Hai messo tu questo anello nel piatto?"
"Sì, vostra maestà."
"Dove l’hai preso? L’hai forse rubato?"
"No, maestà!"
"E dunque, chi te lo ha dato?"
"Il mio promesso sposo di un tempo", disse lei, tenendo gli occhi bassi.
Il re la guardò, vide un brillio di perle sotto la povera veste, e le alzò il viso: il cappuccio cadde, scoprendo il suo volto e i gioielli della sera prima, che la fanciulla non aveva tolto. Il re riconobbe allora la sua sposa di un tempo, e capì che era lei la dama misteriosa.
Subito scese dal letto e le chiese di sposarlo. Lei sorrise e disse di sì.
Le serve che erano accorse guardavano a bocca aperta la bella Cappuccio di Giunco.
I preparativi per le nozze furono i più splendidi che mai si fossero visti in un regno, e ogni persona, nobile o plebea, ricca o povera, fu invitata all’immenso banchetto.
Anche il vecchio che viveva nel bosco, in una povera capanna in riva al ruscello, ricevette l’invito, e felice si disse che almeno avrebbe potuto mangiare qualcosa.
La mattina delle nozze, la principessa scese di nascosto nelle cucine, chiamò la cuoca e disse:
"Non metterai nelle pietanze neppure un granello di sale."
"Ma nessuno vorrà mangiare!", ribatté lei stupita.
"Farai come ti ho detto", disse la principessa, e andò via.
Quando tutti si furono seduti a tavola e arrivò la prima pietanza, subito iniziarono a mangiare, perché l’aspetto era davvero invitante. Ma non appena ebbero assaggiato il primo boccone misero giù il cucchiaio, guardandosi l’un l’altro. Aspettarono la seconda portata, ma anche questa era insipida, e così la terza. Tutti erano stupiti e imbarazzati.
La principessa volse lo sguardo là dove era seduto il vecchio del bosco e vide che, posato il cucchiaio, aveva chinato la testa e piangeva in silenzio. "Perché piangi, vecchio? Dovresti essere contento di poter mangiare!", gli dicevano i suoi vicini.
La principessa si alzò in silenzio, si avvicinò al vecchio, e inginocchiatasi, gli sussurrò in un orecchio:
"Voi siete per me come il sale, e come i cibi del sale hanno bisogno, così io ho bisogno di voi. Tutti i cibi possono essere mangiati senza sale, ma non hanno alcun sapore: così io posso vivere senza voi, ma la mia vita non ha luce, e ogni cosa che amo, pur essendo sempre uguale a se stessa, perde la sua bellezza."
Il padre si voltò verso di lei, che credeva morta. Dopo tanto tempo finalmente si abbracciarono, e piansero insieme, mentre lui le chiedeva perdono e lei lo baciava, sotto gli occhi stupiti della gente che non capiva.
Ma il giovane re aveva invece capito ogni cosa, ordinò di portare nuovi vestiti al vecchio re e lo invitò alla sua tavola, accanto alla figlia ritrovata.
Lei tirò fuori dalla veste il sacchetto che il re irato le aveva dato come unica dote, e che per lei era tanto prezioso, e lo porse al padre, il quale sorrise tra le lacrime e mise il sale nel piatto della figlia, in quello del suo sposo e nel suo. La principessa, alzatasi in piedi, raccontò questa storia, e chiese che alle tavole fosse portato il sale.
Il regno dei due sposi fu lungo e giusto, ed ora che coloro che si amavano erano di nuovo riuniti, vissero tutti felici e contenti: e mai più mancò questo sale alle loro vite.
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Informazioni su silviavalens

Mi chiamo Silvia, sono di Roma. Studio lettere classiche e storia dell'arte, e canto rinascimentale e barocco. Mi interesso del mondo antico, dell'epoca rinascimentale e barocca, di musica, arte, teatro, danza, libri, letteratura, lingue, linguistica, dialettologia, filologia, filosofia, storia, antropologia. Amo i viaggi, la natura, il mare, i gatti, la cucina, le stoffe, i gioielli, le case, il Mediterraneo, le sue storie e le sue culture. Amo la bellezza e il sapere, in ogni loro forma, amo le conoscenze antiche che si tramandano di voce in voce, di mano in mano. "Ma come sempre è l'inganno a svelare la verità che altrimenti potrebbe sfuggire." R.Calasso, Le Nozze di Cadmo e Armonia
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