Così è la vita, amore mio…

  

  

Così è la vita che ci sospende
con i suoi segni inconfondibili, il suo cuore palpitante
e il nostro sangue che si rapprende.
Così è la vita che ci riguarda
con i suoi giorni imprevedibili,
un dolore che non ritarda,
una spia luminosa si accende.
Così è la vita, generosa
come un’altare agli occhi di una sposa,
con i suoi bivi, i binari di scambio, e noi
suoi pezzi di ricambio.
Così è la vita che ci riprende
dalle speranze che disattende,
tentazioni e avemarie,
E un cielo che si stende.

Così è la vita, amore mio,
e tu che mi cammini accanto
raccoglila, trasforma in un sorriso questo pianto.
Così è la vita, amore mio,
tu fammi grande questo tempo,
sollevami, tu dammi forza, tu dammi cemento.
Così è la vita e ci sbatto la testa,
e noi a ballarla come una festa,
noi vestiti per l’occasione, e una canzone…

Così è la vita che ci difende,
combinazioni incomprensibili, il suo battito incalzante
e questo sole che sale e scende.
Così è la vita che ci frammenta
dentro i ricordi ben visibili, paura che ci spaventa,
e una notte brava che ci spende.
Così è la vita che ci riscatta,
e milioni di lotterie e profezie, destini nelle carte, e noi
a mettere da parte.

Così è la vita, amore mio,
tu che alla sera torni stanco,
sorreggiti con me qui sotto questo telo bianco.
Così è la vita, amore mio,
lei che procede a fuoco lento,
abbracciami, prendiamo tutto quanto in un momento.
Così è la vita, in te la riconosco,
con i suoi rovi, i suoi frutti di bosco,
E noi a cantare una nuova stagione, e una canzone…

Così è la vita, Mariella Nava, 1999

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Les Passantes

 

La rue assourdissante autour de moi hurlait.

Longue, mince, en grand deuil, douleur majestueuse,

Une femme passa, d’une main fastueuse

Soulevant, balançant le feston et l’ourlet ;


Agile et noble, avec sa jambe de statue.

Moi, je buvais, crispé comme un extravagant,

Dans son oeil, ciel livide où germe l’ouragan,

La douceur qui fascine et le plaisir qui tue.


Un éclair… puis la nuit ! – Fugitive beauté

Dont le regard m’a fait soudainement renaître,

Ne te verrai-je plus que dans l’éternité ?


Ailleurs, bien loin d’ici ! trop tard ! jamais peut-être !

Car j’ignore où tu fuis, tu ne sais où je vais,

Ô toi que j’eusse aimée, à toi qui le savais !

A une passante

Charles Baudelaire, Les Fleures du Mal, 1857

Je veux dédier ce poème

A toutes les femmes qu’on aime

Pendant quelques instants secrets

A celles qu’on connaît à peine

Q’un destin différent entraîne

Et qu’on ne retrouve jamais


A celle qu’on voit apparaître

Une seconde à sa fenêtre

Et qui, preste, s’évanouit

Mais dont la svelte silhouette

Est si gracieuse et fluette

Qu’on en demeure épanoui


A la fine et souple valseuse

Qui vous sembla triste et nerveuse

Par une nuit de carnaval

Qui voulut rester inconnue

Et qui n’est jamais revenue

Tournoyer dans un autre bal


A la compagne de voyage

Dont les yeux, charmant paysage

Font paraître court le chemin

Qu’on est seul, peut-être, à comprendre

Et qu’on laisse pourtant descendre

Sans avoir effleuré sa main


A celles qui sont déjà prises

Et qui, vivant des heures grises

Près d’un être trop différent

Vous ont, inutile folie,

Laissé voir la mélancolie

D’un avenir désespérant


Chères images aperçues

Espérances d’un jour déçues

Vous serez dans l’oubli demain

Pour peu que le bonheur survienne

Il est rare qu’on se souvienne

Des épisodes du chemin


Mais si l’on a manqué sa vie

On songe avec un peu d’envie

A tous ces bonheurs entrevus

Aux baisers qu’on n’osa pas prendre

Aux cœurs qui doivent vous attendre

Aux yeux qu’on n’a jamais revus


Alors, aux soirs de lassitude

Tout en peuplant sa solitude

Des fantômes du souvenir

On pleure les lèvres absentes

De toutes ces belles passantes

Que l’on n’a pas su retenir.


Les passantes

Antoine Paul, 1918

 

http://www.youtube.com/watch?v=l4Q7urIVYAE

A colui che si ferma a guardare la bellezza sospesa e rapida di una passante soltanto per aggiungere alla sua vita l’istante di un sogno lontano e solitario, per una felicità che "non è altro che visione, e labile acquerello"…


 

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Preghiera del Clown

 

 
 
"Noi ti ringraziamo nostro buon Protettore per averci dato anche oggi la forza di fare il più bello spettacolo del mondo.Tu che proteggi uomini, animali e baracconi, tu che rendi i leoni docili come gli uomini e gli uomini coraggiosi come i leoni, tu che ogni sera presti agli acrobati le ali degli angeli, fa’ che sulla nostra mensa non venga mai a mancare pane ed applausi. Noi ti chiediamo protezione, ma se non ne fossimo degni, se qualche disgrazia dovesse accaderci, fa che avvenga dopo lo spettacolo e, in ogni caso, ricordati di salvare prima le bestie e i bambini.Tu che permetti ai nani e ai giganti di essere ugualmente felici, tu che sei la vera, l’unica rete dei nostri pericolosi esercizi, fa’ che in nessun momento della nostra vita venga a mancarci una tenda, una pista e un riflettore. Guardaci dalle unghie delle nostre donne, ché da quelle delle tigri ci guardiamo noi, dacci ancora la forza di far ridere gli uomini, di sopportare serenamante le loro assordanti risate e lascia pure che essi ci credano felici. Più ho voglia di piangere e più gli uomini si divertono, ma non importa, io li perdono, un pò perchè essi non sanno, un pò per amor Tuo, e un pò perchè hanno pagato il biglietto. Se le mie buffonate servono ad alleviare le loro pene, rendi pure questa mia faccia ancora più ridicola, ma aiutami a portarla in giro con disinvoltura. C’è tanta gente che si diverte a far piangere l’umanità, noi dobbiamo soffrire per divertirla; manda, se puoi, qualcuno su questo mondo capace di far ridere me come io faccio ridere gli altri."

 

(Totò, "Il più comico spettacolo del mondo")

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Cappuccio di Giunco (da una fiaba inglese)

 
C’era una volta, in un regno molto lontano, un re tanto potente e superbo che nessuno osava mai contraddirlo.
Questo Re aveva tre belle figlie, che amava sopra ogni cosa. La più piccola delle tre era però tanto bella e tanto buona che non poteva fare a meno di amarla ancor più delle altre due.
Le tre principesse erano promesse a tre giovani e ricchissimi principi, ma il re non si decideva a farle sposare, perché voleva che restassero accanto a lui.
Finché una mattina d’inverno, svegliandosi, il re si accorse che le forze gli venivano a mancare. Riunì allora tutta la corte e disse:
"Sono vecchio e stanco: desidero riposare, e che il peso di questa corona non gravi più sul mio capo. Dividerò il regno in tre parti, una per ognuna delle mie amate figlie, e vivrò presso ciascuna di loro per la terza parte dell’anno, insieme ai miei cento cavalieri. Ma la parte più grande, ricca e bella del regno voglio che spetti a colei che più mi vuole bene. Dunque, figlie mie, ditemi: quanto mi amate?"
Subito la maggiore si alzò in piedi e disse:
"Io vi amo più di me stessa, e un solo giorno senza di voi mi rende triste."
L’eco della sua voce non s’era ancora spento nella sala, che subito la seconda si alzò, e si andò a inginocchiare ai piedi del trono, dicendo:
"Io vi amo più di questo regno e di questo mondo, e solamente il pensiero di stare senza di voi un solo giorno mi rende tristissima."
Il re sorrise, contento che le figlie fossero tanto pronte a dirgli il loro amore. Si volse allora verso la figlia più giovane:
"E tu, cuore mio? So che più di ogni altro mi vuoi bene, e vorrei che le terre più belle fossero tue. Dunque parla, dimmi: quanto mi ami?"
La fanciulla si alzò, si avvicinò al padre e disse:
"Padre mio, io vi amo quanto una figlia può amare suo padre. Voi ben conoscete, come voi stesso dite, il mio amore: cos’altro dovrei dire di fronte a tanta gente?"
Il re, deluso da queste parole, la spronava a dire qualcosa di più, ma lei insisteva che era questa la verità.
"E’ tutto qui l’amore che hai per me? Per l’ultima volta, figlia mia, tu che per me sei la più cara, quanto mi ami?"
Allora la principessa abbassò gli occhi, e sussurrò:
"Padre, voi siete per me come il sale, e come i cibi del sale hanno bisogno, così io ho bisogno di voi."
Il re si alzò in piedi, furioso per essere stato paragonato a una cosa tanto umile, puntò il dito contro di lei e urlò:
"Tu non sei più mia figlia! Il regno sarà delle tue sorelle, tu sarai cacciata da queste terre, e per dote non avrai altro che un sacchetto di sale!"
La fanciulla chinò la testa, e andò via tra le lacrime, sussurrando alle sue sorelle che si prendessero cura del vecchio padre, ma quelle la derisero.
Camminò a lungo, portando con sé nient’altro che tre vestiti e il suo sacchetto di sale, che serbava come la cosa più preziosa al mondo. Giunta al confine, si fermò presso uno stagno, si chinò a raccogliere molti giunchi, e fermatasi all’ombra di un salice, li intrecciò fino a farne un’ampia veste che la coprisse.
Riprese a camminare, e cammina, cammina, stanca e affamata, giunse al magnifico castello del principe, che un tempo era il suo promesso sposo, e che ora, dopo la morte del padre, era diventato re. Qui si fermò, andò a bussare alla porta delle cucine, e chiese se avevano bisogno di una sguattera. Le cuoche, impietosite dal suo misero aspetto, la fecero entrare e le dissero di pulire i pavimenti e lavare i piatti, dandole in cambio un po’ di cibo e degli stracci per cambiarsi. Lei, grata, accettò il cibo, ma non volle togliere il suo mantello di giunchi. Così, giacché nessuno conosceva il suo nome, presero a chiamarla Cappuccio di Giunco.
Cappuccio di Giunco era buona e gentile, lavorava senza mai parlare o lamentarsi, e nelle buie cucine tutti iniziarono a voler bene a quella strana fanciulla.
Ma cosa era stato del vecchio re?
Il vecchio re era andato con il suo seguito al castello della sorella maggiore, e questa lo aveva accolto con tutti gli onori. Ma quando vide quanto le costava mantenere una corte così splendida, disse al re che cento uomini erano troppi per un vecchio, e che avrebbe fatto bene a licenziarne la metà.
Furioso per l’ingratitudine della figlia, si recò con i suoi cavalieri al castello della seconda. Ma quella, quando seppe dell’accaduto, disse che la sorella aveva ragione:
"Anzi, padre, per la verità nessuno vuole farvi del male: cosa dovete farvene di cento cavalieri? Dovreste licenziarli tutti."
Ancor più furioso, decise allora di andare di nuovo dall’altra figlia, ma quella, vedendolo tornare, fece chiudere tutte le porte, e ordinò al suo esercito di disperdere i cento cavalieri.
Allora il vecchio re fu costretto a errare solo con il suo cavallo, e quando ebbe finito il suo denaro, dovette venderlo, e si mise a vagare mendicando di paese in paese.
Un giorno, passando in un bosco, che era del giovane re a cui egli aveva un tempo promesso la figlia, trovò sulle rive di un torrente una misera capanna abbandonata, e qui si rifugiò, mangiando quel che nel bosco riusciva a raccogliere.
Ogni giorno sedeva fuori dalla capanna e piangeva, disperandosi per non aver capito che le sue figlie volevano solo le sue terre, e per quello che aveva fatto alla sua bambina più cara.
Proprio in quel bosco il giovane re faceva spesso delle battute di caccia con i suoi nobili amici, e portava con sé la servitù: allora la povera Cappuccio di Giunco poteva guardarlo, senza essere riconosciuta, e questa era per lei l’unica consolazione nella sua triste sorte.
Durante una di queste battute di caccia la fanciulla fu mandata a prendere l’acqua al torrente. Quando arrivò sulla riva, vide da lontano un vecchio che piangeva, si avvicinò per aiutarlo e subito riconobbe suo padre. Stava per gettargli le braccia al collo, felice di averlo ritrovato, nella comune sventura: ma si trattenne, e nascosta dal suo mantello, non si lasciò riconoscere. Senza dire una parola, gli diede da mangiare, pulì la povera capanna, lo lavò, ricucì i suoi vestiti stracciati e andò via, nascondendo il volto e le lacrime sotto il suo cappuccio.
Era intanto trascorso un lungo anno da quando il giovane re era salito al trono, e si decise di festeggiare con un grande banchetto, a cui furono invitate tutte le nobili e le principesse dei paesi vicini, giacché il re doveva scegliere una nuova sposa.
Il giorno della festa alla servitù fu permesso di assistere alle danze, ma Cappuccio di Giunco disse che era troppo stanca per aver tanto lavorato, e restò nelle cucine.
Appena rimasta sola, la fanciulla tolse la sua strana veste, indossò uno dei vestiti che aveva portato con sé nell’esilio, quello che un tempo portava ogni giorno, e si recò nella grande sala, confondendosi nella folla di dame.
Ma l’abito di tutti i giorni di una principessa è pur sempre bellissimo, e tutti notarono quella fanciulla: il giovane re non guardava che lei.
"Se non avesse quel viso un po’ stanco, direi che somiglia alla mia promessa di un tempo… sicuramente è bella quanto lei! Ma la poverina sarà certo morta per il gran dolore…", pensava tra sé e sé.
Infine si decise e la invitò a danzare, e ballò con lei tutta la sera. Ma non appena le chiese il suo nome, lei fuggì via.
Quando le serve tornarono nelle cucine, trovarono Cappuccio di Giunco addormentata, avvolta nel suo mantello. La svegliarono e le raccontarono della misteriosa dama: "Nessuno ha mai visto una fanciulla così bella!", le dissero. Ma lei si voltò dall’altra parte: "Lasciatemi dormire!"
Il re non riusciva a dimenticare la bella dama, e voleva scoprire chi fosse: decise così di dare una seconda festa, sperando che sarebbe tornata.
Anche stavolta alla servitù fu permesso di assistere alle danze, e anche stavolta Cappuccio di Giunco rimase nelle cucine, dicendo di essere troppo stanca e sporca per andare.
Rimasta sola, tolse il lungo mantello di giunchi, indossò il secondo abito, il suo abito delle feste, e si recò nella sala.
Tutti la aspettavano, chiedendosi se la misteriosa dama sarebbe tornata, e rimasero ancor più stupiti della prima volta, perché il vestito delle feste di una principessa è davvero splendido.
Quando il re la vide si illuminò, e subito le andò incontro chiedendole di ballare. Danzarono tutta la sera, ma anche questa volta, non appena le chiese chi fosse, la fanciulla scappò.
Le serve, rientrando, svegliarono Cappuccio di Giunco, e le raccontarono che la misteriosa dama era tornata, più bella ancora della prima volta, e di nuovo era fuggita.
"Certo il re è innamorato di lei!", le dissero. "Lasciatemi dormire!", disse la fanciulla voltandosi, ma sorrise tra sé e sé.
Le serve avevano indovinato: il giovane re si era innamorato della bella dama, e non si diede per vinto. Fu annunciato un terzo banchetto, ancor più ricco e magnifico degli altri due. Il re era risoluto a trattenere la fanciulla, e mise guardie ad ogni porta del castello.
Ancora una volta la servitù assistette alle danze, e ancora una volta Cappuccio di Giunco disse che voleva dormire perché aveva lavorato tanto.
"Ma la dama tornerà! Non vuoi vederla?", le dicevano le serve: ma lei non volle sentir ragioni.
Non appena la cucina fu deserta, si tolse quel bizzarro vestito, e mise il suo terzo abito: il vestito da sposa che il re suo padre le aveva donato quando era stata promessa al principe.
Questa volta tutti erano sicuri di vedere la dama, e quando entrò nella sala, nessuno riuscì a non guardarla, perché l’abito da sposa di una principessa è addirittura meraviglioso.
Il re le corse incontro, e ancora una volta le chiese di danzare. Per tutta la sera, mentre ballavano, il re le sussurrò che era la fanciulla più bella del mondo, più bionda del grano, più splendida del sole, e che era innamorato di lei e voleva sposarla ad ogni costo, chiunque fosse. Lei sorrideva e taceva.
Alla fine dell’ultimo ballo, ancora una volta la misteriosa dama fuggì via, e a nulla servirono le guardie: la cercarono tutta la notte, in ogni strada, sentiero e casa, ma non riuscirono a trovarla.
La bella Cappuccio di Giunco era sgusciata nelle cucine, e lì la trovarono addormentata le serve al loro ritorno. La svegliarono e le raccontarono quel che era successo alla festa: "Il re si ammalerà, tanto è disperato!", le dissero. Ma lei voltandosi disse: "Lasciatemi dormire!"
Ancora una volta le serve avevano ragione: la mattina dopo, il re non si alzava dal suo letto, e non voleva che nessuno entrasse nelle sue stanze.
"E’ inutile che prepariamo da mangiare per il re, non ne vorrà sapere: dicono che voglia lasciarsi morire!"
Ma Cappuccio di Giunco chiese se poteva provare a cucinare qualcosa per lui. Le serve si guardarono, e si dissero che tanto valeva provare. La fanciulla preparò un dolce dall’aspetto e dal profumo talmente deliziosi che nessuno avrebbe saputo resistere, e in fondo al piatto lasciò cadere l’anello che il principe le aveva donato il giorno della sua promessa, e che lei per tutto quel tempo aveva conservato.
"Non mangerò nulla!", disse il re quando una serva gli portò la colazione. Ma alla fine cedette a quel profumo, e mangiò di gusto tutto il dolce, finché non scoprì l’anello. Stupito, mandò a chiamare una cuoca:
"Chi è che ha preparato questo dolce?", chiese.
La donna, spaventata, si affrettò a dire che la sua sguattera aveva insistito perché la lasciassero cucinare, e non era certo capace, e che non sarebbe accaduto più. "Portatela qui.", disse il re.
Cappuccio di Giunco fu così portata al suo cospetto.
"Sei tu che hai preparato il dolce?", chiese il re.
"Sì, vostra maestà.", rispose la fanciulla, tenendo il capo chino sotto il cappuccio perché non la riconoscesse.
"Hai messo tu questo anello nel piatto?"
"Sì, vostra maestà."
"Dove l’hai preso? L’hai forse rubato?"
"No, maestà!"
"E dunque, chi te lo ha dato?"
"Il mio promesso sposo di un tempo", disse lei, tenendo gli occhi bassi.
Il re la guardò, vide un brillio di perle sotto la povera veste, e le alzò il viso: il cappuccio cadde, scoprendo il suo volto e i gioielli della sera prima, che la fanciulla non aveva tolto. Il re riconobbe allora la sua sposa di un tempo, e capì che era lei la dama misteriosa.
Subito scese dal letto e le chiese di sposarlo. Lei sorrise e disse di sì.
Le serve che erano accorse guardavano a bocca aperta la bella Cappuccio di Giunco.
I preparativi per le nozze furono i più splendidi che mai si fossero visti in un regno, e ogni persona, nobile o plebea, ricca o povera, fu invitata all’immenso banchetto.
Anche il vecchio che viveva nel bosco, in una povera capanna in riva al ruscello, ricevette l’invito, e felice si disse che almeno avrebbe potuto mangiare qualcosa.
La mattina delle nozze, la principessa scese di nascosto nelle cucine, chiamò la cuoca e disse:
"Non metterai nelle pietanze neppure un granello di sale."
"Ma nessuno vorrà mangiare!", ribatté lei stupita.
"Farai come ti ho detto", disse la principessa, e andò via.
Quando tutti si furono seduti a tavola e arrivò la prima pietanza, subito iniziarono a mangiare, perché l’aspetto era davvero invitante. Ma non appena ebbero assaggiato il primo boccone misero giù il cucchiaio, guardandosi l’un l’altro. Aspettarono la seconda portata, ma anche questa era insipida, e così la terza. Tutti erano stupiti e imbarazzati.
La principessa volse lo sguardo là dove era seduto il vecchio del bosco e vide che, posato il cucchiaio, aveva chinato la testa e piangeva in silenzio. "Perché piangi, vecchio? Dovresti essere contento di poter mangiare!", gli dicevano i suoi vicini.
La principessa si alzò in silenzio, si avvicinò al vecchio, e inginocchiatasi, gli sussurrò in un orecchio:
"Voi siete per me come il sale, e come i cibi del sale hanno bisogno, così io ho bisogno di voi. Tutti i cibi possono essere mangiati senza sale, ma non hanno alcun sapore: così io posso vivere senza voi, ma la mia vita non ha luce, e ogni cosa che amo, pur essendo sempre uguale a se stessa, perde la sua bellezza."
Il padre si voltò verso di lei, che credeva morta. Dopo tanto tempo finalmente si abbracciarono, e piansero insieme, mentre lui le chiedeva perdono e lei lo baciava, sotto gli occhi stupiti della gente che non capiva.
Ma il giovane re aveva invece capito ogni cosa, ordinò di portare nuovi vestiti al vecchio re e lo invitò alla sua tavola, accanto alla figlia ritrovata.
Lei tirò fuori dalla veste il sacchetto che il re irato le aveva dato come unica dote, e che per lei era tanto prezioso, e lo porse al padre, il quale sorrise tra le lacrime e mise il sale nel piatto della figlia, in quello del suo sposo e nel suo. La principessa, alzatasi in piedi, raccontò questa storia, e chiese che alle tavole fosse portato il sale.
Il regno dei due sposi fu lungo e giusto, ed ora che coloro che si amavano erano di nuovo riuniti, vissero tutti felici e contenti: e mai più mancò questo sale alle loro vite.
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… ? …

 

Amo le cose che sfuggono alle definizioni.

Le cose che non puoi mai completamente spiegare, perché scivolano via, liquide e leggere, e sfumano tra le tue dita che cercano di afferrarle.

Sono cose che non devi tentare di possedere: finirai col perderle, e col perdere la ragione o peggio la voglia di conoscerle.

Devi invece giocare con loro: rincorrerle con un retino per farfalle, pur sapendo che non potrai catturarle; seguirle nelle loro acque incerte, consapevole di non essere capace di raggiungerle; entrare nel labirinto di pensieri, sensazioni, parole in cui ti guidano, percorrendo strade conosciute o ignote, senza paura di perderti, perché è l’unico modo per trovarsi.

Amo le cose che non si possono classificare senza perdersi in mille dubbi, le cose che non si lasciano inserire docili nelle nostre severe categorie, le cose che non ti danno risposte, ma ti pongono domande.

Amo i colori incerti: il tortora è un tono di grigio, rosa o beige? Il vinaccia è viola, rosso o marrone? Il verde di prussia e il verde acqua sono davvero verdi? Non sono piuttosto blu? E il grigio? Figlio della luce e del nulla, davvero puoi chiamarlo colore? Gli occhi di mia sorella sono grigi o verdi? O addirittura castani? E il fondo scuro dei ritratti di Leonardo, dei Veneziani, dei Fiamminghi, è davvero nero? Non è piuttosto un fumo che nasce quando colori diversi si uniscono fino ad annullarsi? E similmente le ombre che le cose lasciano, sono grige o il loro colore è vario e mutevole? La luce svela i colori… ma se ogni volta li rivela differenti, come sono in realtà? Esiste una loro realtà certa, o solo le mille realtà che la luce inventa e plasma attimo dopo attimo?

Certe ore incerte della giornata… quando i colori del tramonto sono già sfumati nell’ombra bruna e incolore, ma ancora non compare il cielo blu e viola che anticipa la notte, e i contorni delle cose sono sfilacciati in questa non-luce, è tardo pomeriggio o prima sera? Quando ancora non c’è l’ombra di una pennellata rosa o dorata, ma le stelle sono più pallide e il nero del cielo un po’ indeciso, è ancora notte o è già arrivato il nuovo giorno? E quando le lancette segnano 00.00, secondo la misura del tempo che l’uomo ha deciso per sé, illudendosi così di tenerlo tra le sue mani, è ancora oggi, o è già domani? Adesso: è presente o è già passato? E ora? E’ già futuro o ancora presente?

L’uomo cerca di spiegare e spiegarsi il mondo in cui vive con le sue tassonomie, ma il mondo gioca sornione con le sue faticose certezze… perché una pianta carnivora si muove, mentre un corallo è un’animale, ma è immobile come una pianta, se non come un minerale? Un ornitorinco è fratello dell’oca o cugino di un castoro? Un pesce che può sopravvivere senz’acqua è davvero un pesce? Se nasce un quadrupede con tre zampe, non è più un quadrupede? E poi insetti e piante, rocce e pesci che si scambiano le identità in un perenne e mutevole carnevale, mentre molli telline e chiocciole si divertono a stupirti confondendosi con le loro case di sasso e porcellana…

Quando guardi un gatto negli occhi, sei tu che lo stai osservando, o lui che scruta la tua anima? Quando sei sul treno per andare in qualche luogo, è quello il tuo viaggio, o quello che ti aspetta all’arrivo?

E se semplicemente tutto ciò fosse contemporaneamente l’una e l’altra cosa? O magari un’altra cosa ancora che non hai pensato? E con questo tuo pensiero, quanta realtà scopri, e quanta ne crei?

Spirali di parole e pensieri che portano a mille mete, o a nessuna… una strada di cui non si sa se esista il compimento ha senso di esistere? Solo se il senso della strada non è la meta ma la strada stessa…

O forse, una strada senza meta è una strada insensata… ma è in questa insensatezza e incertezza che puoi cercare il senso delle cose, non nella sicurezza di uno schema dalle cornici definite… 

A meno che i bordi non siano fatti per essere superati…

Amo le cose incerte…

 

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” Quando ti metterai in viaggio per Itaca devi augurarti che la strada sia lunga … “

 

Quando ti metterai in viaggio per Itaca

devi augurarti che la strada sia lunga

fertile in avventure e in esperienze.

I Lestrigoni e i Ciclopi

o la furia di Poseidone non temere,

non sarà questo il genere di incontri

se il pensiero resta alto e un sentimento

fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.

In Ciclopi e Lestrigoni, no certo,

né nell’irato Poseidone incapperai

se non li porti dentro

se l’anima non te li mette contro.

 

Devi augurarti che la strada sia lunga.

Che i mattini d’estate siano tanti

quando nei porti – finalmente, e con che gioia –

toccherai terra tu per la prima volta:

negli empori fenici indugia e acquista

madreperle e coralli, ambre ed ebano,

tutta merce fina, anche profumi

penetranti d’ogni sorta, più profumi

inebrianti che puoi,

va’ in molte città egizie,

impara una quantità di cose dai dotti.

 

Sempre devi avere in mente Itaca –

raggiungerla sia il pensiero costante.

Ma soprattutto, non affrettare il viaggio:

fa’ che duri a lungo, per anni, e che da vecchio

tu metta piede sull’isola, tu, ricco

dei tesori accumulati per strada,

senza aspettarti ricchezze da Itaca.

Itaca ti ha dato il bel viaggio,

senza di lei mai ti saresti messo

in cammino: cos’altro ti aspetti?

 

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.

Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso,

già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

 

Itaca

Costantinos Kavafis

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Cirano

 
Venite pure avanti, voi con il naso corto,
signori imbellettati, io più non vi sopporto,
infilerò la penna ben dentro al vostro orgoglio
perchè con questa spada vi uccido quando voglio.

Venite pure avanti poeti sgangherati,

inutili cantanti di giorni sciagurati,
buffoni che campate di versi senza forza
avrete soldi e gloria, ma non avete scorza;
godetevi il successo, godete finchè dura,
ché il pubblico è ammaestrato e non vi fa paura
e andate chissà dove per non pagar le tasse
col ghigno e l’ ignoranza dei primi della classe.
Io sono solo un povero cadetto di Guascogna
però non la sopporto la gente che non sogna:
gli orpelli? L’arrivismo? All’ amo non abbocco,
e al fin della licenza io non perdono e tocco,
io non perdono, non perdono e tocco!

Facciamola finita, venite tutti avanti

nuovi protagonisti, politici rampanti,
venite portaborse, ruffiani e mezze calze,
feroci conduttori di trasmissioni false
che avete spesso fatto del qualunquismo un arte,
coraggio liberisti, buttate giù le carte
tanto ci sarà sempre chi pagherà le spese
in questo benedetto, assurdo bel paese.
Non me ne frega niente se anch’ io sono sbagliato,
spiacere è il mio piacere, io amo essere odiato;
coi furbi e i prepotenti da sempre mi balocco
e al fin della licenza io non perdono e tocco,
io non perdono, non perdono e tocco!

Ma quando sono solo con questo naso al piede
che almeno di mezz’ ora da sempre mi precede
si spegne la mia rabbia e ricordo con dolore
che a me è quasi proibito il sogno di un amore;
non so quante ne ho amate, non so quante ne ho avute,
per colpa o per destino le donne le ho perdute
e quando sento il peso d’ essere sempre solo
mi chiudo in casa e scrivo e scrivendo mi consolo,
ma dentro di me sento che il grande amore esiste,
amo senza peccato, amo, ma sono triste
perchè Rossana è bella, siamo così diversi,
a parlarle non riesco: le parlerò coi versi, le parlerò coi versi…

Venite gente vuota, facciamola finita,

voi preti che vendete a tutti un’ altra vita;
se c’è, come voi dite, un Dio nell’ infinito,
guardatevi nel cuore, l’ avete già tradito
e voi materialisti, col vostro chiodo fisso,
che Dio è morto e l’ uomo è solo in questo abisso,
le verità cercate per terra, da maiali,
tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali;
tornate a casa nani, levatevi davanti,
per la mia rabbia enorme mi servono giganti.
Ai dogmi e ai pregiudizi da sempre non abbocco,
e al fin della licenza io non perdono e tocco,
io non perdono, non perdono e tocco!

Io tocco i miei nemici col naso e con la spada,
ma in questa vita oggi non trovo più la strada.
Non voglio rassegnarmi ad essere cattivo,
tu sola puoi salvarmi, tu sola e te lo scrivo:
dev’ esserci, lo sento, in terra o in cielo un posto
dove non soffriremo e tutto sarà giusto.
Non ridere, ti prego, di queste mie parole,
io sono solo un’ ombra e tu, Rossana, il sole.
Ma tu, lo so, non ridi, dolcissima signora
ed io non mi nascondo sotto la tua dimora
perchè oramai lo sento, non ho sofferto invano,
se mi ami come sono, per sempre tuo, per sempre tuo,

per sempre tuo… Cirano
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